DarkRoom magazine | Intervista con TourdeForce

di Alessandro Filippozzi | 14.05.2021 |


L’ora più buia

Con “Vargtimmar”, uscito lo scorso gennaio, il navigato musicista lombardo Christian Ryder ha ultimato quella “Anger Trilogy” (la “trilogia della rabbia”) iniziata nel 2014 con “Jedem Das Seine” e proseguita nel 2018 con “Very Industrial People”. Solo ormai da tempo al comando della sua creatura TourdeForce, ma come sempre coadiuvato da un buon numero di preziosi ospiti, il Nostro prosegue spedito nel suo discorso artistico, che se sul piano strumentale vive di un’intrigante dualismo ad ampio respiro fra brani synth/future-pop e momenti decisamente più vicini a certo industrial rock/metal, dal punto di vista lirico non teme di porre l’accento su quel fisiologico malessere che pervade chi si ritrova a vivere in un mondo dove informazione, pensiero critico, ideali, dialettica, ragionamento e semplice uso della logica finiscono sempre più inesorabilmente nel tritacarne del “politicamente corretto”, dove a cadenza pressoché quotidiana qualcosa diventa improvvisamente “sbagliato” e in cui basta un niente per finire in una delle liste di proscrizione stilate da chi si attribuisce una “moralità superiore”. Voce orgogliosamente fuori dal coro, Christian afferma la propria volontà d’espressione senza curarsi di chi sa solo puntare il dito, preferendo la piena onestà intellettuale – accompagnata da una sferzante ironia – a qualsivoglia “manovra evasiva” per non urtare questa o quell’altra sensibilità, risultando di fatto non solo uno degli artisti più liberi in senso lato, ma anche un interlocutore capace di spunti sempre interessanti e in grado di stimolare una discussione produttiva, come la gustosa intervista che segue ha ribadito col giusto spirito…

  • Il nuovo album chiude, dopo “Jedem Das Seine” del 2014 e “Very Industrial People” del 2018, la “Anger Trilogy”, ovvero la “trilogia della rabbia”: quali erano le finalità di tale trittico di opere e come ne riassumeresti i contenuti?
    “Quando si ha in mente un’idea ben precisa, a volte l’unico sistema efficace per portare avanti un progetto è quello di condurlo in autonomia. Da adolescente, affascinato dalla figura del polistrumentista, ho prodotto con scarsi mezzi alcuni lavori estremamente rudimentali con lo pseudonimo “the_reptile”; questa trilogia è stata quindi il coronamento di un’idea che inseguivo da anni, iniziata col suddetto progetto dilettantesco, ed è grazie alla lungimiranza ed all’apertura mentale di EK Product che ho potuto trasmettere con la musica messaggi e suggestioni che altre label dalle vedute ristrette difficilmente avrebbero approvato. È complicato riassumere in breve i contenuti dei tre album: senza dubbio un filo conduttore è quello della critica del sistema mediatico e dei social media, i principali responsabili dell’annientamento del pensiero e della capacità di giudizio delle masse.”
  • Per il titolo hai scelto la parola svedese “Vargtimmar”, che significa “le ore del lupo”: perché hai fatto questa inusuale scelta linguistica, quali concetti vi sono dietro a queste “ore del lupo” e come si ricollegano all’immagine di copertina? C’è qualche punto di contatto col film di Bergman del ’68 “L’Ora Del Lupo”?
    “Lo spunto iniziale del titolo è venuto proprio dalla visione del film di Bergman. Mi piaceva il suono dell’espressione in lingua svedese; diversamente avrei dovuto optare per un più banale inglese “the hours of the wolf”. Inoltre, nel folklore svedese “l’ora del lupo” è il momento in cui molte persone muoiono, l’ora dell’insonnia e del tormento. Ho pensato che lo scatto della fotografa Sabrina Baruzzi potesse trasmettere una sensazione di tensione in linea col titolo: quel cielo scuro, il dettaglio di un corpo femminile apparentemente nudo, disteso nel bosco, abbandonato. Come di consueto, ciascuno dà la sua interpretazione. Mi ha colpito quella di un ascoltatore russo, il quale, convintissimo, ha scritto in rete che il titolo del disco era un riferimento all’omicidio di Elin Krantz, una ragazza svedese di 27 anni stuprata e picchiata a morte in un bosco a Göteborg da un immigrato etiope di nome Ephrem Yohannes, nel settembre del 2010. Ho compiuto delle ricerche in merito. La ragazza era fervente sostenitrice del “Refugees Welcome” e per ironia (ben poca ironia) della sorte aveva recitato nel video musicale “Mix It Up” di DJ Racemixer, creato ad hoc per provocare i bigotti e promuovere la mescolanza razziale in Svezia. In una sequenza del video, la ragazza simulava un atto sessuale cavalcando un africano; alle loro spalle un panorama del porto della città, al tramonto. Onde evitare malintesi, ci tengo a specificare che riporto questi dettagli della vicenda senza sottintesi del tipo “se l’è meritata” oppure “se l’è andata a cercare”. In rete sono state pubblicate le foto agghiaccianti del suo corpo ritrovato nel bosco: nudo, squarciato, letteralmente accartocciato, innaturale come un manichino. Di una oscena porno-geometria apocalittica, le sue membra incastrate e pestate in qualche modo tra le rocce. Da togliere il sonno. L’ascoltatore russo aveva ragione: è veramente QUELLA, l’ora del lupo.”
  • Musicalmente parlando, ci hai abituati alle sorprese ed alla varietà, ed anche “Vargtimmar” passa da momenti tipicamente electro a brani guidati da una ruvida chitarra che guardano con favore a certo industrial-rock/metal (NIN, Ministry…), creando una sorta di dualismo piuttosto bilanciato. Quanto è difficile mantenere questo equilibrio, e perché preferisci far convivere queste tue due anime anziché scinderle in progetti differenti?
    “La rabbia nella trilogia è arrivata come in un climax ascendente, e “Vargtimmar” ne rappresenta l’apice estremo. L’inserimento delle chitarre distorte nei brani è stato effettuato seguendo la stessa logica, passo dopo passo, con suoni sempre più distorti. Per ottenere quella muraglia sonora ho suonato e registrato diverse tracce (in certi casi fino a 20), lavorando per ottenere un sound che rimandasse a certi ascolti adolescenziali: due in particolare, Filter (“Short Bus”, 1995) e Nine Inch Nails (“The Fragile”, 1999, una delle produzioni migliori che abbia mai ascoltato). È stato complesso mantenere il dualismo nella tracklist, ma ho dosato gli ingredienti in maniera tale che ad ogni climax violento corrispondesse una momentanea tregua, oppure un pugno allo stomaco ancora più forte. Si tratta di un album violento per dei tempi violenti nei quali stiamo vivendo, ma nel disco ci sono anche momenti di romanticismo ed introspezione. Un’anima non esclude l’altra, motivo per il quale mi sono sentito di farle convivere anziché ipotizzare la creazione di un altro progetto.”

“Non possediamo una capacità di giudizio obiettiva, autonoma, spontanea. Ci illudiamo che sia tale. Siamo inconsapevolmente sottoposti ad una Cura Ludovico costante: la sovrastimolazione mediatica portata agli eccessi. La nostra mente come un hard disk, riempito oltre la sua effettiva capienza, subisce quotidianamente immissioni forzate di dati che vanno a mescolarsi confusamente agli altri (con una notevole dose di stronzate, giochini, app, meme) creando abulia, puerilità, smemoratezza, superficialità, dissonanze cognitive…”
(Christian Ryder)

  • Parlando di sorprese, è impossibile non citare la beatlesiana “Too Many Words”, che non lascia indifferenti: un momento di pura ispirazione che non necessitava di ulteriori orpelli?
    “Ti ringrazio per il complimento. Per questo generoso accostamento ai Beatles qualcuno si starà rivoltando nella tomba, come si suol dire. Sono molto legato a quel brano, la bozza del quale risale addirittura al 2013 (l’altro brano del disco rimasto in sospeso per anni è “Hey Julie”). La prima versione aveva dei suoni di synth molto scarni, e credo mi avessero ispirato i brani più datati dei Depeche Mode cantati da Martin Gore; in seguito ho pensato che dei semplici accordi di pianoforte potessero starci bene, anche per creare nel progressivo ascolto dell’album un’improvvisa e forse inattesa atmosfera emotiva. Sebbene l’esecuzione (soprattutto quella vocale) sia tutt’altro che impeccabile, ho ricevuto molti commenti appassionati. Riguardo all’ispirazione e al significato, credo che il titolo di per sé possa suggerire molto a coloro che possiedono la sensibilità di fermarsi a riflettere un momento su questo mondo di impostori, mentitori, ipocriti e prevaricatori.”
  • Hai una certa passione per le cover, e questa volta ve ne sono ben tre in scaletta. Se quella degli Impakt! piace per la sua intensità, colpisce quella dura e rabbiosa di “Heaven Street” dei Death In June, mentre sorprende la scelta di un pezzo degli Sleipnir, da te stravolto in chiave future-pop. Come hai operato queste tre scelte?
    “Trovo sia tutto sommato divertente reinterpretare brani che ci hanno emozionato o ispirato. Alcuni criticano la realizzazione di cover e preferiscono brani originali, ma capirai che dopo aver scritto e prodotto più di 100 canzoni, qualche volta ho ancora voglia di svagarmi. Per assurdo alcuni artisti celebri sono più noti a livello internazionale per delle cover: il primo esempio che mi viene in mente, i Soft Cell con “Tainted Love”. La cover è divertente se l’artista riesce a stravolgere – ma non troppo – l’originale, trasmettendone l’anima con una nuova veste che abbia qualcosa del suo stile personale. La cover del brano dei finlandesi Impakt! è stata un omaggio alla band (fondata da elementi del gruppo di culto Advanced Art); il loro disco “Imperia” a mio avviso è tra i 10 migliori di sempre nel genere EBM/synthpop. Ho ascoltato dal vivo Death In June eseguire “Heaven Street”, ed il pubblico sembrava elettrizzato. Mi piacevano le parti di chitarra, e così ho pensato: quel riff è a dir poco esaltante, andrebbe proprio rifatto con delle chitarre elettriche distorte. E così, per produrne la cover, sono tornato nel 1989 impersonando una nostrana (e straight edge) versione di Al Jourgensen. Il pezzo degli Sleipnir mi è stato suggerito da Jacqueline, collaboratrice della band. Non conoscevo l’inarrivabile originale, dall’arrangiamento solenne ed emotivo. Il tema della nostalgia per la scomparsa del nonno, il modo in cui viene raccontata, la splendida melodia vocale… Una bellissima canzone. Le ho risposto, ok, facciamola!”
  • Fra l’altro, non è la prima volta che fai una cover e, variando leggermente il titolo, dai un’accezione completamente differente al testo, e infatti “Heaven Street” diventa “Nowhere Street”. Quali sono le finalità di questa tua stimolante pratica?
    “Riguardo al brano che hai citato, ho creduto che il termine “Nowhere” fosse più realistico rispetto a “Heaven”. Per il resto si tratta di puro divertimento e citazionismo, un po’ come “Fight For Your Right To Parties” è diventato “Fight For Your Right To Hate” in un brano contenuto in “Very Industrial People”. Le storpiature e le modifiche (a volte canzonatorie) sono pratica comune anche nella musica industrial-rock-EBM di fine anni ottanta. Un paio di esempi: un titolo come “From Beer to Eternity” dei Ministry, oppure “The Days of Swine & Roses” dei My Life With The Thrill Kill Kult. Le modifiche e le citazioni non sono soltanto nei testi, ma anche negli arrangiamenti. È esaltante quando gli ascoltatori mi dicono che hanno scovato l’arrangiamento di “Elettrochoc” dei Matia Bazar incastonato tra le note di “From Our Lost Empire”, oppure “Burn” dei Cure nascosta in “I Am Providence”, eccetera eccetera (non posso mica rivelare tutto…).”

“Etichette discografiche major rendono famosa gente apparentemente pazza, stupida e pericolosa, ed il loro pubblico è composto da minorenni che li idolatrano e sognano di imitarli. Sarò antiquato, ma mi viene da pensare: questi ragazzini, scansafatiche benestanti col cellulare in una mano e la bibita rosa nell’altra, coi loro sogni di galera e di prevaricazioni assortite, saranno gli adulti sui quali potrà contare la società del domani? Operai, impiegati, professori, dottori, medici e quant’altro?”
(Christian Ryder)

  • In questa tua trilogia i contenuti lirici hanno avuto un’importanza capitale, lasciandoci capire da dove derivi la tua rabbia, e non mancano gli spunti dal nuovo disco. Per esempio, “You Ass Rah ‘El” sembra voler puntare il dito contro l’odierno mondo della post-verità e del “politicamente corretto”, dove i media consociati mantengono una narrazione funzionale al potere e in cui devi stare attento a qualsiasi cosa dici, perché il “cartellino rosso” appioppato dai “buoni e giusti” è sempre dietro l’angolo…
    “Lo spunto per “You Ass Rah’El” è venuto dal sample contenuto nel brano: l’audio di un filmato trovato in rete dove si vede un cittadino americano impazzito e armato di mazza da baseball che minaccia e pretende di vedere i documenti di un turista francese, sostenendo ostinatamente che il turista sia un’terrorista dell’ISIS. La discussione degenera fino alle urla e alle percosse. Non possediamo una capacità di giudizio obiettiva, autonoma, spontanea. Ci illudiamo che sia tale. Siamo inconsapevolmente sottoposti ad una Cura Ludovico costante: la sovrastimolazione mediatica portata agli eccessi. La nostra mente come un hard disk, riempito oltre la sua effettiva capienza, subisce quotidianamente immissioni forzate di dati che vanno a mescolarsi confusamente agli altri (con una notevole dose di stronzate, giochini, app, meme) creando abulia, puerilità, smemoratezza, superficialità, dissonanze cognitive. Per assurdo, in questo stato di apatia e di annientamento cerebrale che ricorda la zombificazione, abbiamo però alcuni dogmi ben saldi in mente (o meglio, nelle viscere): ignoriamo il fatto che tali certezze siano paradossali, contraddittorie, inumane, poiché ci consideriamo orgogliosamente coerenti col nostro pensiero. Finché un giorno qualcuno ci parla (o meglio, prova a parlarci) di due pillole: una di colore rosso, ed una di colore blu.”
  • “Nemo Propheta In Patria” sembra invece fare riferimento alla sostituzione di un intero patrimonio di cultura e valori con un coacervo di futilità ad ogni livello, come in un nemmeno troppo celato progetto di svuotamento culturale e spirituale dell’uomo odierno. Un grido di dolore, giacché pare una strada senza ritorno?
    “C’è un passaggio del testo della canzone in cui si fa riferimento a quanto hai scritto. Parafrasando quel passaggio, “a gente strafatta di crack è stata data l’opportunità di influenzare le vostre vite / è una corsa verso il nulla”. Mi hanno riferito il curioso episodio di alcuni ragazzini in un negozio di dischi: esaltati per l’uscita del nuovo lavoro di un ennesimo pseudo-rapper, commentavano: “troppo figo ‘sto tipo, è già stato in galera una volta!”. È il curriculum medio di questi nuovi artisti, dagli Stati Uniti (da dove è arrivato il genere) all’Europa. Etichette discografiche major rendono famosa gente apparentemente pazza, stupida e pericolosa, ed il loro pubblico è composto da minorenni che li idolatrano e sognano di imitarli. Sarò antiquato, ma mi viene da pensare: questi ragazzini, scansafatiche benestanti col cellulare in una mano e la bibita rosa nell’altra, coi loro sogni di galera e di prevaricazioni assortite, saranno gli adulti sui quali potrà contare la società del domani? Operai, impiegati, professori, dottori, medici e quant’altro? Sì, un grido di dolore che non verrà ascoltato, perso in una strada buia senza ritorno, poiché “nessuno è profeta in patria”.
  • Veniamo a “The Great Replacement”, sicuramente di capillare importanza nell’economia della trilogia, coi suoi chiari riferimenti alla teoria della Grande Sostituzione di Camus ed a “Rivolta Contro Il Mondo Moderno” di Evola. In quale modo affronti il tema della Grande Sostituzione e come lo colleghi al pensiero evoliano?
    “Trattandosi di un argomento delicato, ho pensato di rappresentarlo come una sorta di scontro tra opinioni e mondi opposti. Il progresso e la tradizione. Da un parte, la sensazionale scoperta rivelata nel 2018 dalla BBC in merito al “Cheddar Man”, ovvero il primo britannico della storia: l’analisi del DNA di uno scheletro vissuto diecimila anni fa ha rivelato non si trattasse di un biondo come ci si poteva aspettare, bensì di un uomo con la pelle nera e gli occhi… azzurri. Ti dico la verità, mi ha sconvolto, un po’ come quando ho scoperto grazie a “Grosso Guaio a Chinatown” che non esistono ragazze cinesi con gli occhi verdi (tranne Miao Yin, s’intende). Dall’altra parte i suggestivi versi di Evola, trasmessi da un fan tedesco, parole che calzavano incredibilmente a pennello con la metrica di quel brano così sghembo.”
  • Se c’è una cosa che la tua trilogia (così come altri lavori del passato) ci ha insegnato, è che non hai timore di affrontare tematiche scomode da un punto di vista altrettanto scomodo, giacché lo fai all’interno di nicchie sonore alternative in cui i tuoi colleghi fanno a gara a chi si inchina di più e meglio ai folli dettami del nefasto “politicamente corretto”, che a mio modesto avviso apporrà la pietra tombale sulla scena cosiddetta “alternativa”. Questa tua volontà mi è sempre parsa una reale esigenza che, al contrario del “politicamente corretto”, non ha nulla di forzato, ma viene da dentro e, col limite generale che si sposta inesorabilmente verso il peggio in ogni campo, diviene appunto esigenza inderogabile, come recentemente ha fatto anche Simone Salvatori con The Lust Syndicate. Qual è la verità?
    “Dieci anni fa la scena alternativa oltrepassava il limite della sua saturazione, sia da un punto di vista sonoro che tematico. Oggi si procede per inerzia, nella noia. Ulteriore nota dolente: la vita media di un album della “scena” è di 15 giorni al massimo, oltre i quali viene totalmente dimenticato e sostituito da decine e decine di nuovi titoli che subiranno la stessa sorte in due settimane o meno. L’offerta supera abbondantemente la domanda. Se da un lato la creazione di musica è stata una forte esigenza interiore, ho sempre desiderato parlare di qualcosa di diverso rispetto ai ripetitivi cliché (vedi le maschere antigas): assumere punti di vista insoliti, anche scomodi, inserire Storia, cinema e letteratura nei testi, fare citazionismo musicale eccetera.”
  • Oltretutto viviamo in un mondo in larga parte letteralmente ossessionato dal “politicamente corretto” (al punto di accettarne ogni più assurda stortura), dove chi non si allinea si becca nel migliore dei casi la gogna mediatica, quando non una cancellazione arbitraria. Alla luce di ciò, plaudo al tuo coraggio nell’essere una voce fuori dal coro, e colgo l’occasione per chiederti quanto sia difficile restare coerenti con le proprie idee in un panorama che fa liste di proscrizione su basi del tutto arbitrarie e a senso unico, bollando con qualche “-ista” chiunque la pensi diversamente, e se questa tua attitudine ti abbia già creato qualche fastidio nel tuo lavoro artistico.
    “Ti ringrazio, sono lusingato. In realtà non possiedo una coerenza tale da potermi identificare con un qualche ideale o movimento di pensiero in particolare. Lo considererei un limite, lo stesso che hanno quelle persone che per partito preso – illudendosi sia coerenza – declinano la realtà stessa con il loro modo aggressivo di non accettare posizioni diverse rispetto alle proprie. O meglio, non è che non le accettano, non le vogliono proprio ascoltare. Ragionano con le viscere. Ho affrontato diverse scocciature negli anni: con addetti ai lavori, con altri personaggi della scena musicale, con il pubblico. Finisce sempre nella stessa maniera: i sedicenti moralizzatori si indignano in nome della libertà di pensiero, ma ipocritamente si tratta di uno sfogo unilaterale. Non accettano alcun tipo di risposta. Il fatto è che se una di queste persone ti vede in modo distorto, sarà difficile (diciamo pure impossibile) convincerla della tua bontà: in questa direzione, tentare di intavolare un discorso in maniera civile è tempo perso. Alla stessa maniera, le discussioni su internet, quando la gente scema e annoiata comincia a criticare, fingendo di mantenere un tono civile all’inizio della discussione (per sembrare più acculturata, più intelligente, e quindi più autorevole, agli occhi degli altri poveracci): nessuno lo capisce? Non c’è alcuna possibilità di confronto: tutti cercano solo ed esclusivamente conferma alle loro stupide idee. Sono schiavi delle pulsioni anche quando s’indignano parlando di bibite zuccherate o dei peli dei loro gatti. Al punto da sfiorare l’assurdo. In tanti dicono: “Quanto odio quelle persone!”. Se gli domandi “Ne hai mai incontrata una? Ci hai mai scambiato due parole?” ti senti rispondere: “Assolutamente no, e non voglio averci nulla a che fare”. Altrimenti “Quel libro, è orrendo!”. Alla domanda: “Scusa, l’hai mai letto?” giunte una risposta spiazzante: “Assolutamente no, e non ho intenzione di farlo. Mai!” e in quel mentre hanno gli occhi satanici. È come la farsa della politica, oppure la fede calcistica. Si finisce puntualmente con l’insultare le rispettive madri, oppure con l’associare al nazionalsocialismo l’interlocutore scomodo. Quando hanno finito i loro sfoghi fini a sé stessi, tornano a spulciare sul cellulare le foto del loro bambino nel passeggino: il loro adorato bulldog francese. Non t’offendere se hai un bulldog francese. O un carlino.”
  • Se la rabbia che hai riversato nella trilogia è pienamente comprensibile, è anche vero che non hai mai perso la tua vena ironica, che ritroviamo sia nel video di “Nowhere Street” (la tua gestualità a commento del campionamento vocale) che nella grafica di “Vargtimmar” (l’invito a non prestare il CD a chi usa “gold grillz” e quello ai tuoi fans di tagliarsi quelle barbe). Quanto è importante per te conservare quest’ironia in tempi bui come questi?
    “Hai un’ottima capacità di osservazione. La vena ironica? Lo faccio per non sembrare troppo serio. Me l’hanno detto diverse volte: sembro troppo austero. È bene invece sapersi prendere in giro, qualche volta. Sorvoliamo sul fatto che certe suggestioni ironiche, in una chiave di lettura più sottile, siano forse più drammatiche di tutto il resto in superficie. Ad esempio le barbe, un’altra battaglia persa. L’ironia ai nostri tempi può essere un modo per trasmettere un messaggio particolare senza incorrere nella censura. Quello che non sopporto è invece l’ironia dei meme di massa, dove il popolo ironizza pesantemente sulle proprie disgrazie e sulla propria malasorte, dileggia la classe dirigente coi suoi scandali, in pratica si consola ridendo e facendo spallucce ben cosciente del fatto di prenderlo in quel posto, incarnando così quell’immagine patetica e stereotipata dell’ometto che ogni giorno spera nel miracolo del giorno dopo.”

“L’ironia ai nostri tempi può essere un modo per trasmettere un messaggio particolare senza incorrere nella censura. Quello che non sopporto è invece l’ironia dei meme di massa, dove il popolo ironizza pesantemente sulle proprie disgrazie e sulla propria malasorte, dileggia la classe dirigente coi suoi scandali, in pratica si consola ridendo e facendo spallucce ben cosciente del fatto di prenderlo in quel posto, incarnando così quell’immagine patetica e stereotipata dell’ometto che ogni giorno spera nel miracolo del giorno dopo…”
(Christian Ryder)

  • A proposito di ironia, c’è speranza di rivedere all’opera il tuo progetto Consenso, che ricordo decisamente più scanzonato e leggero, oltre che appunto ironico?
    “Tra alcuni mesi ricorrerà il decimo anniversario della pubblicazione del nostro debut album “Un Disco Onesto”. Nel frattempo siamo diventati grandi, e parte dell’ironia ha lasciato spazio all’osservazione della realtà, alla psicologia sociale, a sfumature chiaroscure di grazia femminile. Il mio prolifico collega, il professor Daniele, ha scritto diversi brani che oserei definire di stampo neorealista-urbano. Alcuni li abbiamo prodotti, altri sono attualmente in cantiere. Fan di vecchia data ci chiedono di condividere nuovo materiale: qualcuno ha già ascoltato delle anteprime, gli altri dovranno attendere un altro po’ di tempo.”
  • Per finire, essendo giunta al termine una trilogia, vorrei chiederti cosa vedi nel futuro di TourdeForce, e soprattutto quale pensi debba essere l’impegno a livello non soltanto artistico, ma anche etico ed umano nel proseguire in un discorso tematico ormai troppo importante per il tuo progetto.
    “La trilogia si è conclusa. Con i miei mezzi ho cercato di trasmettere un messaggio, che in molti hanno recepito, regalandomi un feedback che mai avrei immaginato. Ritengo quindi che il discorso tematico si possa chiudere, anche per non rischiare di cadere in manierismi e risultare ripetitivo. Un po’ come la fissazione (che probabilmente non se ne andrà) di mostrare luoghi abbandonati nei miei video, elementi che in realtà a livello di poetica autoriale rappresentano simbolicamente il disastrato mondo contemporaneo nel quale ci muoviamo e cerchiamo di sopravvivere. Nel futuro immediato ci sarà senz’altro un “Vargtimmar” 2, un album con versioni alternative dei brani e qualche inedito (un po’ come lo era stato “Still Industrial People” per “Very Industrial People”). Non vedo altro, ma… chissà, può essere che a sorpresa prima o poi salti fuori “something completely different”…
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