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TourdeForce – Very Industrial People | Review by Darkroom magazine

di Alessandro Filippozzi | 4 Aprile 2018 |


Tre anni e mezzo dopo l’ultima fatica in studio “Jedem Das Seine” ed a circa un paio dalla riuscita collaborazione con Sköll per “Antologia Elettronica”, l’act guidato da Christian Ryder torna col sesto lavoro sulla lunga distanza in 14 anni di attività. Ormai stabilmente solo al comando e sempre più a suo agio anche nelle vesti di cantante, nuovamente circondato da preziose ospiti per completare le parti vocali (non soltanto quella Lisa Duse con cui il Nostro condivide il progetto Porta Vittoria, ma anche l’americana Jenna Christensen e Kyt Walken), il mastermind bergamasco mette anche stavolta moltissima carne al fuoco, non soltanto a livello di influenze musicali (si va dai New Order agli Skinny Puppy, passando per Depeche Mode, Sisters Of Mercy, A-ha, Pet Shop Boys, Front 242, Front Line Assembly, Nine Inch Nails, Ministry etc…), ma anche in termini di citazioni letterarie, cinematografiche e quant’altro, per testi che continuano a puntare il dito – non senza la giusta dose di tagliente ironia – contro le distopiche e orwelliane storture del pensiero unico ‘politicamente corretto’. Tratti distintivi di un act che ha saputo costruirsi una propria identità in seno ad una scrittura piuttosto eterogenea, la quale continua a guardare con favore soprattutto alle più significative ed importanti lezioni tramandate dagli 80s come dai 90s, abbinando sagacemente l’agilità dell’elettronica alla ruvidità di chitarre dosate con cura. Nascono da questi presupposti brani di pregevole fattura come “Dresden” (dedicata alla città tedesca tragicamente bombardata senza logica dagli Alleati nel ’45 ed inevitabilmente carica di malinconia), “Innocence Of The Beast” (con le sue meccaniche più nervose), “Vampa” (scattante sintesi fra post-punk e new wave dedicata alle vicende del “mostro di Firenze”), “Which Is The Goal?” (synthpop ‘freudiano’ carico di mestizia), una title-track – manifesto alternativo al tempo stesso consolante e masochistico – acida e inquieta con un duro refrain sovraccaricato dalla sei corde, “Office Punk” (minacciosa EBM old school che si tinge di wave) ed una “Before Oblivion Comes” dalla calma quasi ‘romantica’ che cela ansie esistenziali. Tuttavia TdF dà il meglio di sé quando il groove ed i battiti danceable prendono il sopravvento, dando vita ai momenti migliori del disco: anzitutto “Die Toteninsel”, agile e incisiva traccia scelta per il primo videoclip, poi l’affilata e scura “Aryan Reptilian”, il synthpop ritmato della mirabilmente costruita “New Sex Order”, una nuova versione di “Fight For Your Right (To Hate)” – già sentita sul singolo del 2015 “Kebab Trauma” e prossima a certa dura EBM dei primi 90s – che non manca di fare il verso alla celebre hit dei Beastie Boys parafrasata nel titolo, ed infine la più luminosa e melodiosa “Once We Were Kids”. Inappuntabile il lavoro svolto per le due cover presenti in scaletta: anzitutto la rilettura di “Factory” dei mai pubblicati e misconosciuti DSA, progetto di cui faceva parte proprio quella Kyt Walken che qui è ottima protagonista vocale su basi electropop groovy ed orecchiabili, e poi l’interpretazione di “Panic” dei Death SS, ritmatissima e dotata di un taglio wave sul quale la voce di Jenna Christensen (facente parte di quei Retrogramme in cui milita anche Rob Early, curatore del mastering dell’album) va letteralmente a nozze. Tanta carne al fuoco, come detto, ma tutta di buona qualità, in un’opera che sa farsi apprezzare proprio per la sua grande varietà di soluzioni: più che abbastanza per continuare a seguire un progetto che tiene sempre fede alle aspettative.

Darkroom Mag.