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TourdeForce – Jedem Das Seine | Review by Flux webzine

Si potrebbe dire di Christian Ryder che appartenga alla vecchia scuola ovvero al vecchio modo, più che di comporre, di pensare un certo tipo di musica. Seppur parzialmente distante dalle cacofoniche soluzioni e sperimentazioni create dal cilindro dei suoi avi, le liriche proseguono lungo la tradizione che vuole l’analisi dell’informazione come uno dei punti cardine di quella che comunemente, madre prolifica, vaso di Pandora, viene etichettata come musica industriale.

Nella fattispecie, TourdeForce si colloca all’interno dell’universo synth-pop/electro, dimostrando dalla sua non troppo lontani richiami al suono dei “primi” Depeche Mode e al synth-pop degli anni ’80, sporcato da atmosfere e cambiamenti di tempo, nonchè da un gusto particolare per vere e proprie canzoni oscure, elementi riconducibili al lavoro di realtà come Skinny Puppy e, in generale, la scena canadese.

Un’atmosfera lievemente sinistra pervade i dodici brani che compongono questo album che alterna veloci episodi anni ’80 come “History is Written By The Winners”, per cui è stato realizzato un videoclip, ad aperture sperimentali e ambient lente e quasi-recitative come in “The Time Music of Quasars”, e a canzoni esplosive che, ricchissime di pathos, fanno capolino pian piano fino a raggiungere il vertice della scala emozionale come “Kebab Trauma”, la cui composizione per molti versi fa pensare a illustri predecessori come Worlock dei già citati canadesi o Mindphaser dei “fratelli” Frontline assembly, giusto per citare tre tra gli episodi più interessanti. Accantonando parzialmente il discorso musicale, torniamo su quella che è stata la pietra dello scandalo che il lavoro ha generato. Se guardiamo indietro nella storia di questa musica sarà facile riconoscere molti esempi di personalità che, in maniera più o meno esplicita, hanno scelto come tema quello della guerra e dei totalitarismi. Testi apparentemente scioccanti il cui scopo è il risveglio, da parte delle persone, della cosiddetta Terza mente, teoria elaborata da Burroughs e Gysin alla base di questa musica, tornano a scioccare e a far riflettere un pubblico e una società che a volte sembra ignorare la pesantezza e, soprattutto, la scelta di pensare arbitrariamente, anche in relazione a fatti storici di importanza lampante e determinante per tutto ciò che accadde in seguito. Questi testi hanno portato alcuni paesi a bandire la vendita del disco.

A ciascuno il suo, questo è il titolo dell’album, parla chiaro. Titoli come “Did Six Million Really Die” e Adolf Hitler Platz” e, in particolare, il testo della prima, consiste nel sampling di un discorso di uno storico che affronta il problema dell’Olocausto, dei revisionisti e di quello che questo ha generato nei tedeschi, nel grande senso di colpevolezza che si portano addosso tuttora. Lo shock è, più che i fatti storici, il vero concept dell’album. Ancora una volta la musica industriale – nella sua accezione più larga – ha raggiunto il suo scopo.

Far parlare di sè e scatenare una reazione, non importa se positiva o negativa, purchè si esca dallo stato di sonno mediatico del quale a volte siamo vittime.

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