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Public Domain Resource – Six Years | Review by Flux webzine

Mastodontico. Il nuovo album del duo bergamasco Public domain resource, Six years, rappresenta lo sforzo di condensare in quattordici brani un sound electro industrial piuttosto complesso e variegato, contraddistinto da una notevole ricchezza e complessità di soluzioni melodico-ritmiche, in cui le vocals di Ugo Crescini rappresentano solo un elemento aggiuntivo, per quanto gradevole e importante, di una musica, quella di Pietro Oliveri, l’uomo nella stanza dei bottoni, che potrebbe benissimo vivere di vita propria.

Nonostante questa grande cura per arrangiamenti mai banali o semplicistici, la formula del duo è sempre pervasa da un alone pop, il che sta a testimoniare il fatto che non sia nel loro interesse costruire una formula “per pochi”. Six years riesce, quindi, a coniugare due elementi a volte, in altri contesti, opposti: la creazione di una formula electro fruibile dall’ascoltatore attento così come dal frequentatore delle dancefloors alternative e lo studio analitico / la complessità delle tele dipinte in musica.

Quella del duo bergamasco è electro tutto sommato quadrata, e, in questo, fortemente europea, anche se arricchita da un gusto italiano per la melodia e da un approccio formale e tecnico, musicalmente parlando. Six years è un saggio di electro industrial melodico e influenzato dal synth pop così come, parzialmente, dall’IDM, una serie di episodi che talvolta, come nell’opener, recuperano alcuni suoni analogici (entrando in contatto, in questo, con certa scena inglese degli anni ’90), e che, talaltra, spingono sull’acceleratore, come nel caso di Our windows, episodio che chiude l’ascoltatore in una gabbia, i cui confini sono ben definiti e i cui suoni raffreddano il mood generale, altrove nell’album spesso emozionale e caldo.

My control è uno degli episodi più diretti, non a caso scelto come singolo apripista e supportato da un video interessante che non manca di essere provocatorio, pur non mancando di soluzioni stilistiche assolutamente non banali e groovy. Brani come Warm frost mettono in evidenza l’esperienza maturata in tanti anni di attività, sia nei testi, dedicati ad una madre morta, che negli arrangiamenti complessi e qualitativamente sopraffini. Il duo non manca di utilizzare il sampling con intelligenza, come in Irish soldier, e dimostra esperienza in tutti gli aspetti connotativi della musica da loro proposta.

Legati ad una concezione classica della musica electro, lontana dalle sperimentazioni della nuova scuola di San Francisco o da quella canadese, i Public domain resource puntano sull’incontro tra estetica vagamente pop, orientata al dancefloor, e complessità di arrangiamenti che, comunque, rimangono incastonati all’interno di un ritmo battuto in 4 / 4, variando la resa a seconda del mood dei singoli brani. Una opera magna per il duo bergamasco, che non mancherà di interessare i fan del genere. Un disco che, causa la sua lunghezza (ma, allo stesso tempo, mai popolato di riempitivi), chiede all’ascoltatore di essere assaporato in più ascolti, senza quella fretta che potrebbe non far soffermare su quei dettagli che rendono questo lavoro di certo superiore alla media del genere.

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