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Public Domain Resource – Dead Surface | Review by Darkroom magazine

Se i Public Domain Resource fossero due ragazzi venticinquenni, probabilmente farebbero future-pop, harsh-EBM o aggrotech… Ma Pietro Oliveri (synth, programming, voce) ed Ugo Crescini (voce) sono verosimilmente negli ‘anta’ a livello anagrafico e provengono dalla scena degli anni ’80, e proprio Ugo lo ricordiamo alle prese con le primissime sperimentazioni in campo industrial nella seconda metà degli 80s nei poliedrici Officine Schwartz.

Questo per dire come il duo bergamasco, nato nel 2012 (inizialmente come solo-project di Pietro), sia pienamente legittimato a suonare squisitamente retrò, a differenza dei tanti act dove musicisti assai più giovani tentano di rileggere sonorità di una decade irripetibile per creatività ed estro. Con un suono che paga tributo tanto al synthpop dei primi 80s quanto alla primissima ondata EBM, i Nostri riescono nel difficile compito di non suonare irrimediabilmente anacronistici, costruendo brani che sanno coniugare le minimali ma efficaci melodie dell’epoca, il vigore fisico dei pionieri della electro body music ed una patina grigia che lega il tutto al lato ‘dark’ della musica. Incalzanti e carichi di groove in pezzi quali la bella opener “Ideals”, l’accesa “Fiat Lux” o le più danceable “Nemesis – The Third Day” e “Your Blood Is Mine”, i PDR sanno però anche concedersi momenti più riflessivi (“Red Lines”, la grigia title-track e la pacata e carismatica “Mishima San”) senza mai perdere l’intensità che li contraddistingue, né quel pathos che scava un solco profondo attraverso la fredda lucidità delle macchine. Tutti i brani fanno la loro parte all’interno di un songwriting foriero di buone varianti, messe in atto con stile e consapevolezza del quadro d’insieme, col picco qualitativo incarnato dall’ottima “The Hang”, elegante nella sua solida ballabilità e arrangiata vocalmente in maniera esemplare. In chiusura troviamo tre buoni remix per altrettanti brani dell’album: TourdeForce, Retrogramme e Magnetic Fields caricano ulteriore groove nelle loro riletture, e soprattutto i primi si distinguono nel lavoro svolto su “Red Lines”, tramutata in una song dagli stilosi e moderni tratti dance.

Confezione digipack essenziale ma elegante per un esordio positivo che guarda con affetto e riverenza al passato, ma che ha le carte in regola per dire la sua nell’attualità di una scena che non ha ragione di rinnegare le proprie importanti origini.

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