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Nine Seconds – Nothing To Confess | Review by Ver Sacrum

Nothing To Confess è il secondo album dei Nine Seconds, trio di origine svizzero/tedesca che ha trovato attenzione – ed un’etichetta, la Space Race Records –  in terra italiana. Formata dal vocalist Oliver Spring coadiuvato da René Ebner and Thomas Kowalzik – tutti provengono da esperienze precedenti, il primo considerato un riferimento del dark electro e i secondi già fondatori di un progetto synthpop, i No Comment – la band si muove quindi a cavallo fra le tue tendenze, anche se il disco di cui parliamo, che ha seguito di poco il debut album Poladroids, appare più influenzato dai gusti di Spring che dalle sonorità accessibili dei No Comment.

Si tratta infatti di musica dark electro/EBM fortemente ritmata, legata allo stile degli anni ’90 ma che, in qualche modo, riesce a dimostrare una sua personalità proprio per l’abbinamento di una base melodica con derive industrial: nulla che possa lasciarci a bocca aperta, ovviamente, ma non da archiviare come fiera del trito e ritrito. Apre “Attractive Lies”  con gran lavoro di tastiera ma il ritmo non troppo aggressivo ed il canto non troppo abrasivo ne fanno un ascolto tutto sommato tranquillo; ma già in “Antistar Machinery” l’atmosfera risulta più cupa e ‘smaniosa’, il basso incisivo: entrambi i brani sono più in là riproposti in remix che nel complesso non rilevano. Poco dopo, “Pompeii” è uno degli episodi a mio avviso migliori perché il suono appare gradevolmente legato alla tradizione anni ’90: l’arrangiamento ‘sintetico’ è più vario e ‘pieno’, il gioco di voci ‘azzeccato’ ed anche il ritmo quasi ossessivo non guasta; sulla stessa linea l’esordio di “Waiting For The Last Kiss” che addirittura ricorda certi passaggi degli amati D.A.F., ma in seguito note elettroniche più acute e taglienti rendono lo scenario un po’ opprimente. Dopo i circa due minuti ‘rumorosi’ dell’intermezzo “Malfunction 09”, tutte le tracce rimanenti stanno in qualche modo vicine alla scuola tedesca: “No Shuffle” smussa comunque gli aspetti più duri  e, in chiusura, “Planet On Fire”, più lenta e dalla ritmica quasi tribale si distingue per il colore fumoso e sinistro, ‘laureandosi’ come uno dei pezzi più interessanti dell’album che, in ogni caso, non potrà non essere gradito agli appassionati del genere.

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