SUBSCRIBE TO THIS FEED

DarkRoom magazine | Intervista a Christian Ryder – TourdeForce

TOURDEFORCE : Il coraggio dell’impopolarità.

di Roberto Alessandro Filippozzi

 

“Jedem Das Seine”, ultima fatica firmata TourdeForce, si è fatta attendere per più di quattro anni: un lungo periodo nel quale Christian Ryder, fondatore e mastermind dell’act lombardo, si è ritrovato solo a gestire la propria creatura, come egli stesso spiegherà più avanti. Una sorta di ‘giro di boa’ che ci ha stimolati ad approfondire la cosa in sede d’intervista, vista anche e soprattutto la mole di contenuti ‘forti’ racchiusi nella nuova fatica, ricca di provocazioni ardite e pronta a mettere in discussione le ‘versioni ufficiali’ dei temi più controversi, quelli che agitano gli animi e che il potere mediatico ha propagandato alla stregua di dogmi per l’unico tornaconto di quei vincitori che, come è noto, hanno scritto la Storia. Mettere in discussione punti di vista così enormemente viziati e parziali è un qualcosa che ogni individuo senziente dovrebbe per lo meno considerare: c’è grande coraggio nelle scelte di Christian, che senza dubbio non ha paura di risultare impopolare, ed anzi, di certo aveva messo in preventivo qualche reazione scomposta (come puntualmente è accaduto). Ma anche stavolta chi si affretterà ad affibbiare etichette spropositate e patenti da ‘revisionista’ finirà per sbagliarsi di grosso, trovandosi di fronte invece una persona che non ha paura di pensare oltre gli steccati ideologici(zzati), come invece rifiutano di fare le masse manipolate e indottrinate. Non esiste questione che non possa essere messa in discussione, e se è così per quanto attiene alla sfera divina, figuriamoci quando invece la mano è quella corruttibile e opportunista dell’uomo! Questo lo sa bene Christian, che approfondisce assieme a noi i contenuti ‘scomodi’ di un album che ha saputo creare il giusto scompiglio e sottolineare con estrema lucidità le falle di un sistema mediatico distorto ad arte…

Ci sono voluti più di 4 anni per dare finalmente un successore a “Colours In Life”, e nel frattempo ti sei ritrovato letteralmente solo al comando. Cosa ha portato a questo nuovo assetto dove al massimo ti avvali di qualche ospite, come stai vivendo questa sorta di ‘nuova vita’ di TourdeForce e quanto la separazione dai precedenti compagni di viaggio ha influito sulle tempistiche di realizzazione del nuovo album?

“Quando si ha un’idea molto precisa e dettagliata di come portare avanti un progetto, l’unico modo per ottenerlo esattamente come lo si vuole è quello di condurlo da soli. Essendo una sorta di ‘control freak’, questa è stata la scelta più funzionale per la lavorazione del mio nuovo album; in più probabilmente devo anche essere un po’ il diavolo, perché riesco sempre a scazzare in modo brutale con tutti quanti. Mmm… non basta più dire che “L’enfer, c’est les autres”.

I brani del disco della cosiddetta “trilogia dell’abbandono cosmico” (“Floating By The Immeasurable Nothing”, “The Time-Music Of Quasars” e “No Other Forms Of Life”) sono i più datati e risalgono al periodo in cui ancora collaboravo con i miei colleghi. Sono rimasti in cantiere a lungo. Triste constatare che, quando i sodalizi raggiungono livelli molto profondi di intesa e sintonia, si possono spezzare con estrema facilità e soprattutto con modalità di una violenza irreparabile, irrazionale.” Senza indugi, gettiamoci a capofitto in un album ricchissimo di contenuti forti partendo dal suo titolo, che tradotto dal tedesco corrisponde al motto “Ad ognuno il suo” e che, proprio nella sua trascrizione germanica, campeggiava all’ingresso di Buchenwald… Se da un lato è doveroso chiederti perché lo hai scelto e quali siano le tue finalità, ancor più mi interessa chiederti a chi va il tuo primo pensiero quando pensi a quella sorta di ‘giusto castigo’ che il motto in esame sembra voler sottintendere…

“L’origine del motto è la locuzione latina “Unicuique suum”; ad esso sono legate una lunga serie di controversie (anche un po’ imbarazzanti) durante le quali il Concilio Centrale degli Ebrei in Germania ha accusato negli anni compagnie come Nokia, REWE, Burger King, Tchibo, Esso e Merkur Bank per averlo utilizzato a scopo pubblicitario (secondo il Concilio, il motto è indissolubilmente legato al Nazismo). Nel 2009 feroci proteste per lo stesso motivo sono capitate anche ad un gruppo del partito dell’Unione Cristiano Democratica di Angela Merkel. Un esempio di motto commerciale controverso? La catena di supermercati REWE aveva promosso la sua attività con il motto: “Barbecue: a ciascuno il suo”.

Riguardo alla tua domanda sul giusto castigo: il motto “Jedem Das Seine” ha un carattere molto forte. In relazione al significato dell’album, le persone assuefatte che non sono in grado di emergere dal torpore imposto dai Media e di ragionare con la propria testa (poiché hanno vedute molto ristrette) non potranno che avere ciò che gli spetta: una condizione di intorpidimento mentale e sottomissione ai dettami del sistema.” Prima di approfondire a dovere quei contenuti forti che distinguono il nuovo album dal resto della scena, parliamo del sound: i nuovi brani mi paiono in linea con la storia del progetto, magari con una chitarra meno in vista rispetto all’album precedente, ma sicuramente con più muscoli nella fase ritmica (anche in chiave dancefloor) e con il cuore ancora legato alla decade ottantiana. Qual è la tua percezione del punto a cui sei arrivato, musicalmente parlando?

“Tendo sempre a ricercare ed ascoltare musica del passato, immedesimandomi in quei suoni e in quelle suggestioni. Mi trasmettono un sentire unico e romantico.

La commistione tra electro/synthpop, claustrofobie industrial e richiami wave mi sembra ad oggi una combinazione efficace da sperimentare con TourdeForce (RICHIAMI wave, ci tengo a precisare, perché tutta la new wave lagnosa e noiosa ed il 99% del post-punk mi fanno schifo e mi faranno sempre schifo).

In realtà ad intervalli irregolari torna ad infestarmi parte del mio background adolescenziale: i primi Filter, Nine Inch Nails, Marilyn Manson, Ministry, White Zombie, Thrill Kill Kult e con essi la volontà di comporre, prima o poi, un disco (anacronistico, tanto per cambiare…) su quello stile.”

Veniamo ai molti temi ‘caldi’ dell’opera, il cui intento pare univoco nel contrastare con la forza di provocazioni ardite un sistema mediatico che nel corso della storia ha letteralmente imposto senza diritto di replica idee oggi considerate alla stregua di ‘dogmi’, impedendo di mettere in discussione anche solo una virgola riguardo a tematiche ben precise come, ad esempio, gli accadimenti della Seconda Guerra Mondiale… E alla fine, con lo strapotere dei media consociati che la maggioranza stoltamente ritiene “gli unici affidabili”, lo schema si ripete quotidianamente anche oggi riguardo a tutto ciò che è politica, ma non solo… Qual è il tuo punto di vista complessivo riguardo a questa faccenda e quale l’ipotetico ‘grido di battaglia’ dell’intero album?

“La massa si riversa ‘incanalata’ in una precisa direzione, in un dogmatico ‘determinismo’ dell’omologazione, perché è schiava di preconcetti e stereotipi che sembrano programmati e imposti sin dalla culla. Statisticamente, il popolo è composto per la maggior parte da individui anonimi, poco colti, spesso isolati, facilmente condizionabili, tendenti all’omologazione. Come sosteneva Harold Lasswell negli anni ’20 con la sua “Bullet Theory”, la gente è tutto sommato passiva e indifesa di fronte ai Media: una facile preda da manipolare.

Se la gente riuscisse anche solo per un istante a ragionare con la propria testa e ad essere disposta ad ascoltare la classica ‘altra versione dei fatti’, potrebbe uscire da questo stato di torpore; osservando la realtà quotidiana e il comportamento della gente ho notato come in realtà questo ‘salto’ di volontà sia molto più difficile di quel che possa sembrare.

La paura, la vergogna, un’inconscia avversione dalle remore biologiche rendono gli utenti mal disposti d’animo, assopiti e fedeli alla versione ‘ufficiale’ che hanno già (ri)masticato e assimilato. Nei rari casi in cui qualcuno fa il sovrumano sforzo di volontà, faticano nel trovare le fonti, oppure scelgono superficialmente quelle sbagliate (Wikipedia), risprofondando nel baratro che rafforza le vecchie convinzioni.”

Nell’album non mancano i riferimenti all’Olocausto, su tutti il brano “Did Six Million Really Die”, e l’impressione è che tu abbia voluto porre l’accento su tale tematica non certo per una volontà revisionistica di sorta, quanto piuttosto come massimo emblema di cosa si possa definire ‘argomento tabù’ e più efficace esempio di come la manipolazione mediatica abbia indirizzato sentimenti e coscienze, impedendo di mettere in discussione anche solo il minimo aspetto di un passaggio storico così ampio e complesso e generando sempre e comunque reazioni scomposte, anche quando a parlare sono eminenti scienziati… Nasce da questo la necessità di puntare il tuo personalissimo radar su un argomento così spinoso?

“Un accostamento estremo per una situazione mediatica altrettanto estrema. C’è una lunga tradizione nella storia della musica industrial, spesso orientata alla critica dei media attraverso accostamenti e suggestioni sonore/tematiche (ma anche visive) oltre i limiti. Lo scopo è quello di scuotere l’ascoltatore, spingerlo verso una (auto)determinazione dei suoi potenziali espressivi e cognitivi annientando filtri e preconcetti di sorta.

Esistono leggi che puniscono con la reclusione (unitamente a pesanti sanzioni) coloro che osano compiere studi storici in merito alla Seconda Guerra Mondiale e all’Olocausto. La denuncia è stata anche fatta pubblicamente nel 2005 dal politico Mohammad Ahmadinejad, ex presidente dell’Iran. Nelle cosiddette moderne democrazie occidentali, stabili realtà all’insegna della libertà di pensiero, il rispetto dei diritti ecc., un’imposizione tanto ambigua rasenta l’Orwelliano psicoreato. A rigor di logica, il fatto di creare leggi ad hoc per far sì che la gente (studiosi e ricercatori, non gente esaltata) non possa aprir bocca su determinati argomenti storici pena la reclusione, potrebbe far venire almeno uno straccio di dubbio sul fatto che le verità storiche che ci sono state imposte abbiano qualche falla.”

Fra l’altro, è comunque curioso che sia un progetto synthpop-oriented ad esaminare determinati temi, che per lo più appartengono alla cultura neofolk/industrial, eppure nel tuo pensiero ravviso punti in comune col modo in cui certa EBM, soprattutto a cavallo fra gli 80s e i 90s, ha espresso messaggi sociopolitici forti… Che ne pensi?

“Ho ascoltato molto synthpop/future-pop a cavallo degli anni 2000, quando il mainstream aveva poco da offrire. E lo stesso synthpop, magari quello un poco più aggressivo, mi ha annoiato in fretta, specialmente a livello di manierismi, cliché e argomenti triti e ritriti: le maschere antigas, le banalità scurrili, i riferimenti maschilisti tipici dei ragazzini che disegnano forme falliche sui muri… sempre la stessa solfa.

L’EBM ‘impegnata’ di fine anni ’80 l’ho scoperta successivamente, e mi ha trasmesso dei buoni stimoli. Eppure ho sempre avuto la sensazione che la maggior parte di quegli artisti fossero degli sballoni strafatti di droga, quindi… non mi ci sono mai identificato.”

Senza dubbio eri perfettamente consapevole che l’affrontare determinati argomenti avrebbe causato non solo reazioni scomposte, ma anche problemi correlati non certo piacevoli: è stato il desiderio di esporti in prima persona, rischiando di tasca tua per contrastare un mondo di media manipolatori e ‘categorie protette’, a farti andare avanti per una strada che sapevi essere tortuosa? Ed oggi, a mente fredda, quanto sei soddisfatto della tua scelta?

“In un periodo dove l’offerta ‘culturale’ è all’insegna della furia più spasmodica, le uscite musicali (ma anche cinematografiche e letterarie) escono in fretta e vengono quasi istantaneamente rimpiazzate da altro, senza la minima tregua. In tal senso ho la sensazione che, dopo quindici giorni di promozione e consensi, un disco nuovissimo sia già potenzialmente vecchio e prossimo ad essere dimenticato. A conti fatti sono soddisfatto del successo dell’album; ero conscio di quello a cui sarei andato incontro.”

Come accennato i problemi non sono mancati, su tutti quello a livello di distribuzione: vuoi parlarci nel dettaglio di tutti gli intoppi che l’album ha incontrato sul suo cammino? Curioso poi che vi siano stati comunque problemi nonostante lo statement del booklet, che immagino sia stata una mossa obbligata per prevenire un eccesso delle suddette reazioni scomposte…

“Nonostante il tranquillizzante statement all’interno dell’album confermi che TourdeForce non idolatra né sostiene l’ideologia Nazista oppure il negazionismo dell’Olocausto, un grosso distributore tedesco non ha prestato fede al contratto stipulato con la label e si è rifiutato categoricamente di distribuire l’album in paesi Europei chiave dove c’è la maggior parte del mercato e dei compratori: Germania, Austria, Polonia, Belgio.

Rispondendo in malo modo alla lettera diplomatica e chiarificatrice dell’etichetta (aperta ad ogni compromesso – io un po’ meno, soprattutto dopo aver visto le loro facce… Sì, ho un approccio di tipo Lombrosiano), la distribuzione è rimasta dell’opinione (senza aver ascoltato un brano, senza aver letto un testo) che il disco avesse contenuti ambigui legati al Nazional Socialismo. Tra i titoli fortemente contestati c’era anche “Kebab Trauma”.

Io sono sbroccato dopo la telefonata del boss ed ero a dir poco furibondo… eppure l’etichetta (EKP/Space Race Records) non si è persa d’animo e ha trovato un nuovo distributore.

Di problemi ce ne sono stati molti altri… Degna di nota l’e-mail decisiva della più grossa rivista tedesca legata alla musica alternativa durante la trattativa della label per inserire un brano di “Jedem Das Seine” nel loro noto cazzo di CD-sampler allegato al giornale. Una vocetta antipatica in merito al disco ‘maledetto’ dev’essere circolata alla svelta, perché nonostante preaccordi presi con mesi di anticipo, con la suddetta e-mail il portavoce (senza aver letto né ascoltato nulla) ha improvvisamente sentenziato: “per favore, niente TourdeForce: né ora, né mai più”. A conti fatti, lieto non ci sia stato bisogno di usufruire del loro servizio (che chiaramente si fanno pagare a peso d’oro, nel nome della passione per la musica).”

Nonostante tutto ciò, l’album sta andando molto bene: che puoi dirci circa i responsi e quanto ti appaga essere riuscito in un’impresa comunque ardua per il modo in cui funzionano determinate dinamiche sociali e mediatiche?

“I capi dell’etichetta ed il produttore erano certi del fatto che l’album avrebbe riscosso un certo successo, nonostante il rischio di vedere TourdeForce tagliato fuori mediaticamente, screditato o ‘etichettato’ per via dei contenuti ambigui. Insomma, un album che ha soddisfatto le aspettative.

Ricevo molti messaggi, e sono lieto del fatto che nemmeno un sostenitore o un nuovo ascoltatore incuriosito dal progetto mi abbiano mai rivolto pensieri accusatori o aggressivi. Qualcuno mi ha fatto tenerezza quando mi ha posto timidamente la domanda: “ma tu… sei un nazi?” Al che li ho ovviamente rassicurati e coccolati con le giuste parole…”

Fra i vari concetti espressi nell’album, penso che uno di quelli più importanti sia “la storia è scritta dai vincitori” (dal brano “History Is Written By The Winners”), in qualche modo emblematico per come ci è stato ‘trasmesso’ il mondo nel corso della Storia, senza possibilità di mettere in discussione alcunché… Cosa provi personalmente al riguardo?

“È uno dei concetti principali alla base del disco. Viviamo in un sistema ove regna il diktat dell’ipocrisia dei ‘Giusti’ (e potenti). Hitler disse: “Ai Vincitori non verrà chiesto se hanno detto la verità”. È male se cito Hitler? (Mai incrociare i flussi. Inversione protonica totale!)”

Senza dubbio forte è il carattere provocatorio del tuo lavoro, evidentissimo in due titoli come “John Lennon Was A Warmonger” e “Kebab Trauma”: a cosa mirano queste due specifiche ‘frecciate’?

“Il sistema ha bisogno di imporre personaggi ‘modello’ nei quali il popolo possa identificarsi, allo scopo di soggiogare la collettività e fottergli la mente (e i soldi, ovviamente). Mi piace la musica di John Lennon; ho usato la sua figura come provocazione ideale di quei personaggi così romantici e affascinanti (e un po’ raminghi), che vanno in giro a pontificare conciati da pezzenti indossando un poncho (ma con le carte di credito nel borsello): gli stessi che vogliono salvare il mondo parlando di pace ma senza sforzarsi di applicarsi troppo per la causa, se non scazzottandosi nel bar come Bud Spencer e Terence Hill, sfasciando le vetrine dei negozi, alcolizzandosi sbragati sul prato percuotendo il bongo, fumando quelle cazzo di canne e facendo le giocolerie coi birilli, dando persino del capitalista-borghese-fascista-leghista-bigotto-berlusconiano al padre imprenditore che li mantiene a 360 gradi (casa-auto-università-soldi per aiutare la causa-droga-alcool).

“Kebab Trauma” vuole essere una risposta a “Kebabträume” dei D.A.F.; in realtà il testo prende ispirazione da un saggio di Karl Jaspers intitolato “Del Tragico”.”

Il carattere provocatorio dell’album ha beneficiato anche del supporto di alcune geniali e potenzialmente esplosive trovate grafiche, mi riferisco alle mezzelune islamiche mescolate alla bandiera europea e al ‘baffetto’ che campeggia sulla celeberrima effige del protagonista dell’eccelso “V Per Vendetta”. Cosa puoi dirci riguardo a queste brillanti trovate ed al loro fine ultimo?

“Ho pensato di curare sia la forma che la sostanza del disco. Le mezzelune al posto delle stelle nella bandiera europea rappresentano una sorta di futuristica Eurabia, dove l’uomo occidentale è simbolicamente ritratto come un cadavere rimasto a bocca aperta (gli scheletri al di sotto), annientato sia fisicamente che mentalmente, in un disastroso panorama di fantasia cospirazionista. Sebbene io non sia contro la multiculturalità, non mi piace particolarmente l’idea che le nostre radici vengano estirpate e cancellate.

La maschera di “V Per Vendetta” è diventata come la faccetta di Che Guevara: se la indossano e tatuano tutti quanti, ma la maggior parte della gente non ci ha capito un cazzo e segue la moda da pecoroni. Tutti quanti, specialmente da giovani, cerchiamo di identificarci in un’ideale, oppure in un personaggio celebre. Oggi il significante di “V Per Vendetta” (la maschera) è andato persino oltre: impiegato e abusato in ogni dove, ha perso il suo significato espressivo originale. Non lo vedo più come simbolo di un’ideale forte e rivoluzionario, mi sembra piuttosto rimandare ad una qualche limitazione culturale autoimposta. Ecco perché la maschera ha i baffi come Hitler (o come Charlie Chaplin?): perché è mutata, ha assunto una connotazione di massa negativa (beh, negativa secondo l’opinione statisticamente più diffusa che otterremmo facendo fare a qualcuno un’associazione di idee con Hitler).

Un’altra interpretazione che mi è stata suggerita (ma che chiaramente rifiuto) è quella della maschera di Guy Fawkes che ha assunto le sembianze di Adolf Hitler come simbolo di libertà e rivoluzione. Ma no, cribbio (mi consenta), guardi bene… è Charlie Chaplin.”

Abbiamo nominato “V Per Vendetta”, e allora ritagliamoci una parentesi cinematografica: che ne pensi di tale pellicola? Personalmente trovo sia un buon viatico per risvegliare le menti, così come lo fu un altro film che amerei sapere se hai apprezzato: “Quinto Potere”, quello del 1976 a firma Lumet…

“Il film “V Per Vendetta” è una pellicola audace che ho avuto modo di apprezzare: parte e si sviluppa tenendoti incollato allo schermo; si sputtana un po’ nel finale, come nella tradizione dei film scritti dai Wachowski, purtroppo.

“Quinto Potere” è un gran film, esaspera (ma per certi versi neanche troppo) lo scellerato cinismo imperante nel mondo dei Media.”
Altro brano che merita la giusta disamina è “Adolf Hitler Platz”, che a dispetto del titolo non ha davvero nulla a che fare con volontà revisionistiche di sorta, ponendosi piuttosto come la creativa visione dietro ad una song appassionata… Spendiamo due parole per approfondire soprattutto il video che lo accompagna, oltre che la storia narrata…

“Al di là dello scandalo sollevato dal titolo del brano, “Adolf Hitler Platz” racconta in sostanza una tragica storia d’amore. Un soldato tedesco partito per la guerra non fa più ritorno dalla sua amata; lui le ha promesso di incontrarla di nuovo in quella piazza che dà il titolo al brano, una zona che viene spazzata via dai bombardamenti degli inglesi. Il soldato continua a cercare invano il luogo dell’incontro, come una sorta di spettro che non trova pace. La sua sofferenza è data anche dal fatto che, per volere dei vincitori e della pressione mediatica/propagandistica del dopoguerra, la sua memoria ed il suo onore siano stati disprezzati e cancellati, in quanto “tedesco”.

Questa tendenza ostinata persiste anche oggi, Italia compresa, dove pare che soltanto alcuni morti siano importanti ed altri no. Io credo che ognuno dovrebbe avere il diritto di celebrare e ricordare i propri caduti.

Nel video, oltre a Lisa P.Duse che ha interpretato il refrain del pezzo, ho messo insieme una band al femminile composta da ‘bad blondes': Alessia, Anita Nacht e Nermina. Nell’immaginario collettivo cinematografico trasmesso da Hollywood (dove si insinua una sottile intenzione propagandistica e ancor più subdolamente una forma di manovra dei nostri stessi sogni), la capigliatura bionda è spesso associata al male e alla Germania. È necessario andare oltre l’approccio superficiale, per cogliere i dettagli. Per fare un semplice esempio: persino il bambino biondo stronzo e cattivo nella saga di Harry Potter, il nemico, è inequivocabilmente… un tedesco.”

Un altro titolo che mi ha colpito, anche perché individua a mio dire uno dei momenti migliori dell’album, è “The Last Hope For Europe”: perché, a tuo modo di vedere, l’Europa è nei guai e qual è l’ultima speranza a cui fai riferimento?

“Come in “Human Geometries”, ho voluto sperimentare la scrittura di un brano dove il punto di vista fosse quello di Hitler, come se egli avesse concepito di persona le parole che ho messo in musica. Nel primo brano mi riferivo alle immense geometrie di persone allineate in religiosa contemplazione ai raduni di Norimberga, occasioni durante le quali Hitler probabilmente si sentì un vero e proprio dio. Questa è la mia interpretazione artistica: tutto ciò non ha a che fare con l’apologia e l’esaltazione del personaggio storico; ho pensato ad Hitler in quanto uomo, non come ‘incarnazione disumana dell’orrore dell’abisso cosmico tanto che manco Yog-Sothoth gli farebbe un baffo’ (letteralmente), come ci cantano nei documentari preconfezionati con musiche dell’orrore e dettagli esasperati e fuorvianti (“era un fallito”, “a volte soffriva di dissenteria” e altre demenzialità) narrati con voce torva.

Fu Hitler a dire “Io sono l’Ultima Speranza per L’Europa”. È curioso (e inquietante) da un punto di vista speculativo vedere ricostruzioni storiche dove si prospetta un panorama diverso da quello odierno, se mai la Germania di Hitler avesse vinto la guerra. È agghiacciante, perché probabilmente saremmo finiti tutti quanti… nelle camere a gas.”

Parlando di Europa, negli ultimi tempi è venuto fuori un agghiacciante dossier delle Nazioni Unite riguardo alla massiccia immigrazione che, secondo ‘lorsignori’, dovrebbe ‘rimpiazzarci': http://www.iltempo.it/cronache/2014/10/22/cosi-gli-immigrati-occuperanno-il-paese-1.1332330 … Non hai l’impressione che tutto ciò accada col preciso fine di appiattire la società, cancellandone usi e tradizioni e sradicandone la cultura secondo un modello tipico delle megalopoli americane? E, soprattutto, non credi che un progetto simile, volto a cancellare quelle differenze somatiche e culturali che sono il bello del Mondo, sia in verità quanto di più profondamente razzista possa esistere? Coi media che, ovviamente, distorcono ad arte il termine ‘razzismo’ e lo rivoltano contro chiunque ponga quesiti scomodi…

“Questo ‘interrogatorio’ sta prendendo la piega di un’intervista doppia sul pensiero Filippozzi/Ryder, ha ha ha!

Ho letto l’articolo e lo trovo interessante. A parte il dossier, teorie del genere sono affascinanti anche a scopo puramente speculativo, ma purtroppo vengono ridicolizzate e stigmatizzate da nove persone su dieci. Pecoroni! Io onestamente mi ci diverto, le leggo con piacere e ci rifletto, se necessario. Sono per la libertà di pensiero TOTALE.

La terzomondializzazione dell’Europa (tanto sostenuta dai predicatori della multiculturalità) si identifica oggi con il piano degli “Stati Uniti d’Europa”, progettato dal politico Richard Kalergi: la necessità di incrociare i popoli europei con le razze asiatiche e negroidi a seguito dell’immigrazione allogena di massa sarebbe indotta e favorita allo scopo di creare un gregge multietnico debole, incapace, imbastardito, e quindi facilmente controllabile e dominabile da un’unica elìte.

Sostenere una tesi del genere significa essere accusati di razzismo. ‘Razzismo’, la parola più abusata e ipocritamente strumentalizzata al giorno d’oggi. E bravi, andate tutti a informarvi su Wikipedia.”

Tornando alla musica, ma inevitabilmente anche alle forti provocazioni che hai disseminato qua e là, devo rinnovarti i complimenti per la cover di “Decrepitude” di Burzum, ottima nel suo taglio EBM di scuola 90s e riconosciuta anche dallo stesso Vikernes! Come è nata la scelta di fare questa cover, come hai lavorato per trasformarla così brillantemente e, soprattutto, chi puntavi a provocare piazzandola – non credo a caso – come traccia n. 88 dopo un bel numero di tracce vuote?

“Ti ringrazio, ho notato con molto piacere che il brano è piaciuto a diversi ascoltatori, incluso l’autore dell’originale. Un disco controverso andava studiato dall’inizio alla fine, nei minimi dettagli: un’insolita cover in chiave electro di un brano di Burzum mi sembrava l’ideale da un punto di vista di stimolazione mediatica.

Mi sono avvicinato alla musica di Burzum dopo aver sentito e approfondito la sua storia controversa, iniziando ad ascoltare i dischi ambient che registrò in carcere. Tendo a simpatizzare per quei personaggi e artisti schietti che vengono messi alla berlina, osteggiati sempre in tutto e per tutto non appena muovono un dito. Mi viene naturale. La lunga e rumorosa “Decrepitude” nascondeva un oscuro potenziale tra l’ipnotico e il romantico.

88 mi risulta sia il numero dei tasti del pianoforte. Mi pare qualcuno sostenga che gli 883 fossero nazisti. Mah… A me piacevano pure. Ops! I nati nel 1988 potrebbero essere dei potenziali nazisti: un cosmico allineamento di astri malevoli attorno ai nascituri in quell’anno dai numeri infausti. Quando alle scuole medie si firmavano le dediche sui diari l’un con l’altro, tipo “Roby88″? Piccoli nazi crescono. Sai, si fa alla svelta, gli espertoni di comunicazione in genere buttano tutto insieme nello stesso calderone: Burzum, Hitler, satanismo, nazismo, antisemitismo, fascismo, terrorismo, leganordismo, 88ismo…”

Eh, purtroppo lo so bene… Prima di chiudere, è inevitabile chiederti non solo quali siano i progetti più immediati per TourdeForce (specie per sapere come ti muoverai sul versante live e con quale formazione), ma anche cosa bolle in pentola per gli altri tuoi act Porta Vittoria e Consenso…

“All’inizio del 2015 dovrebbe uscire la versione digitale di “Jedem Das Seine”, nonostante fino a pochi mesi fa fossi dell’idea di andare controcorrente pubblicando il disco esclusivamente in formato fisico. Sarà un edizione speciale, con versioni alternative, qualche remix (al momento i labelmates Public Domain Resource hanno ultimato quello per “Adolf Hitler Platz”) e un inedito dal titolo “Fight For Your Right (To Hate)”. Sul versante live devo mettere insieme la band, è difficile trovare collaboratori e musicisti di mentalità aperta e preferibilmente non fumatori!

Sono necessari due anni per ultimare i lavori su di un disco di Porta Vittoria, quindi… ci siamo quasi. Consenso è alle prese con una nuova voce femminile, la new entry Emanuela. Il mio collega Daniele ha scritto molti brani nuovi e curerà la maggior parte della scrittura. Metteremo insieme un bel crossover nel nuovo lavoro.”

A proposito dei Consenso, credo che in qualche modo abbiano rinvigorito quella vena ironica che a ben vedere non è mai mancata nel tuo operato: col senno di poi, cosa ti ha lasciato un’esperienza così volutamente più scanzonata?

“È stato divertente esprimere questo lato della mia personalità. Non sono così cattivo come sembro, dai. “Un Disco Onesto” è stata la prima esperienza della nostra arrischiatissima label My Owl Music: devo dire che abbiamo raccolto delle belle soddisfazioni. Rimpiango il fatto di non aver suonato abbastanza dal vivo per promuovere il disco, ma lo faremo sicuramente per il prossimo.”

Siamo alla fine: a te lo spazio per aggiungere quello che più ritieni opportuno a questa nostra piacevole chiacchierata…

“Se siete arrivati a leggere fino a qui, siete dei veri TourdeFans!”

Link