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2nd Civilization – Let’s Play | Review by Flux webzine

Nell’enorme calderone delle realtà electro belghe, i 2nd civilization sono gli ennesimi destinatari della lezione dei loro predecessori più illustri, primi fra tutti Front 242. Dopo aver raggiunto lo status di cult band in seguito allo scioglimento a seguito della pubblicazione di due demo nel 1989 e 1990 e dopo essere tornati nel 2012 con un disco di reworks di vecchi brani, il trio composto da Koen D, Patrick D e Koen (Vidi) ci offre dodici brani davvero nuovi che fotografano quello che i nostri sono diventati.

Let’s play è un album molto vario, abbastanza leggero con delle punte di aggressività smorzate da una produzione molto ovattata e danceable, a volte colpevole di non far decollare i momenti salienti. L’opener è uno dei momenti più interessanti: varia, granitica e, allo stesso tempo, ricca di aperture melodiche di vario genere, culminanti nel finale. The crash inizia molto spedita e si lascia poi andare ad aperture molto catchy e melodiche, perdendo un po’ della sua forza ma guadagnando in pathos. John Carpenter è un omaggio al celeberrimo mostro sacro del cinema horror statunitense e si discosta dagli episodi precedenti (e da quelli successivi) per la presenza di un mood, per l’appunto, più oscuro e opprimente (ma mai troppo). Gli episodi successivi sono a volte lenti e cadenzati, altrove catchy e melodici in una tradizione quasi futurepop, anche se il termine va riletto nel contesto del trio e non preso di peso. Atmosfere darkwave pennellano il tutto. Convincono particolarmente, invece, gli ultimi brani, i quali di discostano dalla manciata precedente per l’utilizzo di trovate più originali. Alien love si regge su un giro melodico catchy che entra subito in testa, ben pensato e ben realizzato. Mainframe utilizza, nel suo incedere rapido e strisciante, suoni appartenenti agli anni ’80, calandosi nel contesto di un brano che parla con termini presi in prestito dall’informatica e che si sofferma sul ruolo dell’informazione. Bug spray guarda sia agli Skinny puppy più punk che ai Ministry e a certi Limbo degli anni ’90, ma in maniera molto più catchy e leggera, sempre aiutata dalla produzione molto soft e dalla mancanza di chitarre. Con la conclusiva Heartbeat si torna su lidi molto melodici, soft e catchy.

Il consiglio è di ascoltare con attenzione questo disco perchè le influenze non sono poche e le idee non mancano. I punti negativi del lavoro sono la presenza di una produzione forse tropp0 ovattata, troppo poco fisica che, altrimenti, avrebbe dato molta più forza a brani potenzialmente molto interessanti e la presenza “massiccia” di riempitivi. Dodici brani sono tanti anche per chi ha molte idee, e non è facile risultare sempre freschissimi. Tuttavia il groove è sempre ben presente e ben sviluppato, le linee melodiche sono ben fatte, le ritmiche sono fondamentalmente varie e, soprattutto, i brani sono molto catchy e vi rimarranno facilmente in testa.

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